Oggi sarebbe stato il mio ultimo giorno di lavoro. Oggi sarei dovuta andare in maternità. Passare gli ultimi due mesi riposandomi, facendo acquisti, sistemando la cameretta. Invece sono qui, sdraiata sul letto, con la mia pancia piatta e un tour de force lavorativo all’orizzonte da far paura. Mi ero ripromessa di non pensarci più, ma certi pensieri s’impongo sul cervello come stilettate alla schiena e non posso fare null’altro se non farli passare e dormirci su.
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Questo è un post un po’ crudo.
Questa mattina alle 10 ero in ospedale, stranamente calma e rilassata. “Finisce presto” mi sono detta, “Coraggio”. La dottoressa mi vede, mi chiede come sto, se da martedì sono stata male e dopo circa 15 minuti mi chiama e facciamo la cartella medica. Data di nascita, allergie, privacy….solite cose. L’ostetrica è una mia coetanea che era stata in colonia con me. Sbriga le ultime pratiche e mi fa prendere due pillole che “potrebbero darti qualche dolore tipo ciclo” e mi rimanda in sala d’attesa. Siamo almeno 10 donne più gli accompagnatori, dalle espressioni capisco chi è lì più o meno per il mio stesso motivo e chi per altro. Non faccio quasi in tempo a sedermi che iniziano i dolori. Per i primi 5 minuti sono sopportabili, poi mi piego in due e inizio a tremare. Resisto fino a che le lacrime non mi scendono dagli occhi e chiedo a Fabry di sentire se mi posso sdraiare da qualche parte. L’alternativa è il pavimento e lo avrei sicuramente usato se non mi avessero fatto accomodarne nel letto del day hospital. Striscio attaccata al muro e ci arrivo. Qualcuno mi copre. Poi non so quanto è passato. E’ stato così doloroso che ho iniziato a parlarmi da sola. E’ come se un rastrello rovente avesse iniziato a staccarmi l’utero. Mi accorgo che sto piangendo di nuovo. Ma non è abbastanza il dolore di aver perso il nostro piccolo? Perché ancora così male? Perchè? Sento l’infermiera che chiede di anticipare l’intervento. Biascico un “scusi” alla signora di fianco a me che avrebbe dovuto essere la prossima.
La ragazza che mi accompagna in sala operatoria è gentilissima. Mi mette una coperta termica e mi fa fare esercizi di respirazione. Obbedisco. Tanto peggio non può andare. Arriva la ginecologa “Lisa, tutto bene?”. No, come potrebbe andare tutto bene? Penso che a breve sarà tutto finito e che mi faranno l’anestesia. La mia mente è stanca quasi quanto il corpo se non di più. In sala operatoria la dottoressa prepara gli attrezzi mentre il suo collega mi mette un ago in vena. Ah, fantastico. Il mio battito è a 97 e tremo molto. “Si calmi”, come se fosse facile. Se non altro il dolore lancinante è passato. Ora fa meno male. Si comincia. “L’anestesia?”, “Fra un attimo”. Mi disinfettano e aprono. L’anestesia è interna. Avrei voluto tanto un qualcosa che mi oscurasse la mente, ma ad oggi non si usa più. I primi minuti vanno bene. Poi l’aspiratore. Un rumore che mi fa sobbalzare. Giro la testa per non guardare l’ago nel mio braccio e vedo il tubo collegato all’aspiratore. Il mio piccolino è lì, da qualche parte. In mezzo a tutto il resto. Mi rigiro perché vorrei solo urlare. Un altro strumento di tortura il “cucchiaio”. Ecco questo fa male. M’irrigidisco e stringo la prima cosa che trovo. “Lisa, ancora un minuto..” – “Le do trenta secondi, perché fa un male fottuto!”.
Sono di nuovo sul lettino fuori dalla sala operatoria. Dopo l’ecografia di controllo, sono pronta ad essere mandata a casa. La dottoressa mi firma il foglio di dimissioni e mi spiega la terapia per i prossimi giorni. “Hai qualche domanda?” – “Posso prendere subito un antidolorifico?”.
Il letto del day hospital è scomodo. Lo sbrilluccichio continua e mangio una liquirizia. Devo passare dal bagno e allo specchio mi vedo pallida e triste. Ho anche addosso un camice. Ma quando me lo hanno messo? Chiedo all’infermiera di togliermi la farfallina dal braccio e se ha idea di dove siano la mia felpa e i miei pantaloni. Ritrovo tutto e mi vesto con calma. Non cammino dritta ma voglio uscire. Fuori c’è il sole e non vedo l’ora di essere a casa, nel mio letto per dormire e dimenticare tutto.
Aspettare venerdì è un inferno. Questa notte ho dormito malissimo e fatto un sacco d’incubi.
Ho già qualche doloretto e mi hanno detto che se diventano molto forti o insopportabili devo correre in ospedale. Insieme a qualche fitta si sviluppano tutta una serie di altre cose che è meglio non scriva qui ma che mi obbligano a stare a casa. Il problema è che la mia mente è lucidissima mentre vorrei fosse nell’oblio. Ho bisogno di buttarmi tutto alle spalle ma l’attesa è una brutta bestia.
Aggiungiamo che mio fratello è venuto a casa lunedì da Pozzuoli e che ieri doveva tornare giù. Sennonché si è beccato uno di quei simpaticissimi virus che ti mettono al tappeto e a stretto contatto con la toilette. Sennonché i dirigenti della squadra dove è in prestito lo hanno caldamente invitato a essere di nuovo là entro sera. Non può scegliere e fare 7 ore di auto con quel tipo di virus non sarà sicuramente facile e sicuro. Così per le prossime ore staremo tutti in ansia.
In questo momento se mi trovassi davanti l’allenatore di Reggio Emilia che a inizio stagione non lo ha fatto andare a Siena, assicurandogli che avrebbe giocato, penso che lo scorticherei vivo….
Aspettiamo….
Ufficialmente non è ancora finita perchè mi operano venerdì. Fatto sta che nella prima eco di oggi il piccoletto era presente, più piccolo delle aspettative ma senza battito. Già dopo i primi giorni avevamo capito che qualcosa non andava ma pensavamo che con attenzione e riposo tutto si sistemasse. Invece non è andata così.
Stranamente, dopo aver pianto un sacco, sono quasi a posto. Suppongo che nelle varie esperienze passate fino ad ora la mia elaborazione del lutto sia stranamente rapida. O magari mi tornerà indietro tutta in un botto. Si vede che da qualche parte avevano bisogno di angeli perchè nel giro di un week end si sono portati via il nostro piccoletto e Luca.
Nella mia scala di cose orribili che possono succedermi, il prelievo del sangue è quasi in cima. Oggi ho dovuto fare delle analisi e mi hanno preso 7, e dico 7, e ribadisco 7, provette di sangue. Io dopo la prima sto già male.
Armata di accompagnatore e bustine di zucchero, sono arrivata al punto prelievi intorno alle 8. Di solito bisogna arrivare entro le 7 per riuscire a fare tutto entro un’ora ma, tenendo presente che l’attesa m’innervosisce molto e ha un effetto terribile sul mio sangue che mi costringe a passare lunghissimi minuti di tortura in più, ho pensato che per una volta che posso usufruire della fila veloce non vedo perché non dovrei farlo. Quindi 4 persone davanti, 15 minuti di attesa e ho la mia sbrodolata di carte, vado a pagare nello sportello cassa, dove l’impiegata è euforica solo perché ho pagato il ticket con l’importo esatto (mah…), e mi dirigo verso la stanza con le precedenze dove prendo il mio bel numerino (00) e aspetto. Stanno servendo il 96.
Entro e il dottore mi riconosce. “Ancora qui?” – “Eh si..sono soggetta a svenimenti..” – “Mi ricordo, aspetti..” e traffica con la sedia da prelievi che diventa un lettino. Parla del tempo per distrarmi, io sono già girata dall’altra parte, chiusa nel mio universo personale e canticchio. Porca Paletta, questa volta mi fa un male cane ma continuo a canticchiare. Più o meno alla provetta numero 3 il mondo comincia a sbrilluccicare di brutto, mi sforzo di restare “online” ma faccio fatica. “Come va?” – “..’nsomma…sbrilluccica..” – “Abbiamo quasi finito.”. Quando finisce io sono ancora sveglia, mi chiede di tenere stretto il cotone ma non riesco a metterci la mano sopra, la stanza si sta facendo un giro di valzer vorticoso. Mi aiuta e rimango ferma lì. Dopo poco capisco che è il momento e riesco ad aprire la bustina di zucchero e a metterlo sotto la lingua, sempre ad occhi rigorosamente chiusi. Enne minuti più tardi la stanza si ferma e posso guardare il soffitto. Poi passo alla posizione 2 (seduta con le gambe ancora su) e alla 3 (seduta con gambe giù). Il tutto con estrema calma. Muovo il collo che fa un paio di sonori “crick” e “crack” (la tensione…). Il dottore è sempre carino e mi offre una caramella, forse sono più verde del solito. E’ fatta recupero le mie carte e la borsa e mi alzo con cautela. Il dottore mi sorride e mi dice “Alla prossima….fra circa 8 settimane”. Io lo guardo con gli occhi a palla e sussurro “Così presto??”. Lui si fa una risata e io esco tra gli sguardi indiavolati del numero 1, 2, 3, 4, 5 ,6 ,7 ,8 ,9 e 10.
Toc toc, è permesso? Com’è strano scrivere qui dopo più di una settimana di assenza.
In realtà sono stata spesso online, molto più spesso di quanto avrei voluto, ma l’umore non era adatto ne a scrivere nulla ne a partecipare ad altre discussioni. Giusto un paio di tweet e qualche like qua e là su Friendfeed. Il fatto è che passare dalla felicità più assoluta al totale senso di inutilità nel giro di poco mi ha fatto collassare. Non ho risposto alle mail, ho ignorato le chiamate e quelle che sono arrivate sul telefono di casa le ha gestite B-Chan. Un totale rifiuto di contatto verso l’esterno. Non ricordo un altro periodo così.. Io non ho pazienza, non so aspettare e detesto quando le cose mi sfuggono di mano e non sono controllabili in qualche modo.
Il fatto è che a fine dicembre io e B-Chan abbiamo saputo che aspettiamo un bimbo. Un bimbo voluto e cercato, ma le cose non sono partite subito con il piede giusto. Neanche il tempo di comunicare la notizia ai genitori e al futuro zio che già eravamo al pronto soccorso. La prima sera che ci siamo andati mi hanno trattata malissimo. Sono arrivata a casa che stavo peggio di prima. Non metterò più piede in quell’ospedale nemmeno se restasse l’ultimo sulla faccia della terra. Poi la mattina dopo, un incrocio tra una larva e uno straccio, sono andata al consultorio. L’ostetrica mi ha ascoltato pazientemente tra un fazzoletto e l’altro e mi ha spiegato a modo tutto quanto. Sono uscita con due parole che ronzavano in testa minacciose ma un po’ più consapevole di che accidenti stava succedendo al mio corpo e con l’ordine di farmi una settimana di letto. Lunedì sera un altro giro al pronto soccorso ma in un altro ospedale. Le due parole gironzolano ancora ma mi visitano e sembra tutto ok.
E’ passata la settimana di riposo forzato, gli esami sono nella norma e oggi ho ricominciato a lavorare. Ovviamente devo stare attenta, niente sforzi, niente stress e al primo sintomo strano mi ripiazzano a letto. In ogni caso va molto meglio. Durante la giornata mi sforzo di ricordare quelle splendide parole che mi ha scritto la mia amica Elena (grazie Ele! Ti voglio bene!) ” La vita ha una forza enorme e va oltre ciò che noi possiamo controllare, a noi esseri pensanti non resta che aspettarla.”
E io aspetto, pazientemente, un giorno dopo l’altro…
PS: ne approfitto per ringraziare tutti quelli che ultimamente hanno “incrociato” di ogni…grazie grazie grazie.




